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Newsletter n.12 - Intervista

Intervista alla prof.ssa Scira Menoni, Politecnico di Milano, referente del progetto Know-4-DRR - Miglioramento delle conoscenze per la riduzione del rischio di disastri naturali ad integrazione dell’adattamento ai cambiamenti climatici. 

1. A margine della visita studio realizzata presso il Politecnico di Milano per approfondire in loco il progetto Know4DRR, quali sono secondo lei le opportunità offerte dalla Linea di Intervento LQS del Progetto Mettiamoci in Riga per le amministrazioni regionali?

Credo che le amministrazioni abbiano la possibilità di confrontarsi con una serie di esperienze e iniziative che sono riuscite a costruire reti di attori che hanno lavorato insieme per ottenere obiettivi condivisi nell’ambito della prevenzione dei rischi e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Le amministrazioni hanno ora la possibilità di incontrare le persone che hanno attivato tali reti, portando a termine diverse iniziative e attività e sviluppando strumenti utili per la prevenzione dei rischi e per la condivisione di informazioni e conoscenze, monitorando anche ciò che si è sedimentato a distanza di tempo.

 

2. Per chi ha ideato un progetto già testato con successo sul territorio italiano, come Know4DRR, cosa rappresenta la richiesta da parte di una pubblica amministrazione di approfondirne strumenti/metodologie/modelli da poter replicare sul proprio territorio?

Indubbiamente la richiesta di ulteriori approfondimenti conforta chi ha investito e creduto nel progetto, sia il finanziatore (la Commissione Europea, in questo caso, con uno degli ultimi finanziamenti del 7 PQ) sia il coordinatore che ha “tenuto le fila” delle attività svolte dai partner e dal consorzio nel suo complesso. Per quanto riguarda l’Italia, il progetto Know4drr aveva coinvolto l’allora Autorità di Bacino del Po, che ha costituito uno dei living lab con cui sono strati creati modelli e metodi avanzati di valutazione del rischio, a supporto dell’attuazione della Direttiva Alluvioni. Un aspetto non irrilevante è il campo di applicazione che si è proposto, ovvero quello della resilienza dei sistemi economici dei diversi contesti regionali ai rischi naturali e ai cambiamenti climatici. Si tratta di un ambito che è attualmente al centro dell’attenzione delle attività di diverse DG europee che stanno puntando a rafforzare il concetto di “finanza sostenibile”, ovvero creare un sistema di incentivi per spingere il mondo produttivo e della finanza, incluse le assicurazioni, ad assumere gli investimenti “verdi” come prioritari e premianti. Laddove “verdi” significa finalmente integrare i tre ambiti della sostenibilità, dell’adattamento e della mitigazione ai cambiamenti climatici e la prevenzione dei rischi.

 

3. Quali sono secondo lei i risultati raggiunti al termine della visita studio e le prospettive per una possibile replicazione del progetto?

I partecipanti sono stati divisi in gruppi di lavoro e hanno sperimentato in breve alcune modalità interattive di co-costruzione di conoscenze e di condivisione di obiettivi nell’ambito di una simulazione costruita ad hoc, in occasione della visita studio. In caso di replicazione, con più tempo a disposizione, si può pensare di costruire un programma di lavoro che si dispieghi in un arco temporale più ampio, da tre - sei mesi ad un anno. Sarebbe necessario predisporre un programma di lavoro specifico, con obiettivi, sotto-obiettivi e modalità di interazione tra gli attori partecipanti da predisporre e progettare in modo mirato sia agli obiettivi sia rispetto alle specifiche caratteristiche, attese e esigenze degli attori medesimi. L’ambito applicativo prefigurato da alcune regioni riguarda la redazione e la costruzione partecipata dell’agenda di adattamento ai cambiamenti climatici. A seconda del tipo di soggetti che si vorranno coinvolgere (comitati di quartiere, contratti di fiume, associazioni di categoria, insegnanti, etc.) occorrerà individuare gli strumenti più efficaci e declinare diversamente obiettivi di coinvolgimento e risultati attesi.

 

4. Dal suo punto di vista quali sono i vantaggi e le opportunità offerti dalla replicazione di una buona pratica?

Indubbiamente se un progetto ha dimostrato che è possibile anche nel breve tempo coinvolgere una serie di attori per ottenere un risultato congiunto e se tale interazione è proseguita anche dopo la fine del progetto, ci sono buone possibilità che la replicazione porti a risultati altrettanto positivi. Si tratta di aggiornare le pratiche, adattarle allo specifico contesto territoriale e di attori coinvolti, in modo che tutti possano trovare interesse e siano motivati ad aderire all’iniziativa e portarla a termine. Ciò richiede una breve fase di progettazione preliminare, che nel caso di un progetto come Know4drr si costruisce durante la preparazione della proposta e che qui dovrebbe precedere le diverse attività da sviluppare con gli attori. Si tratta di una fase necessaria per mettere a fuoco che cosa ci si aspetta dall’applicazione degli strumenti della pratica, quali sono i risultati che intende ottenere con quali attori nello specifico. Cambiano infatti le modalità di interazione, i contenuti degli strumenti di simulazione, condivisione di conoscenze a seconda sia degli obiettivi sia delle persone e dei gruppi con i quali ci si confronta.

Ad esempio, nel caso di associazioni imprenditoriali, l’obiettivo sarà rendere più resilienti le imprese rispetto a onde di calore o a alluvioni, considerando sia la prospettiva della singola attività produttiva di servizio o commerciale, sia le peculiarità  delle diverse realtà territoriali. Una delle specificità dell’approccio proposto da Know4drr consiste, infatti, nell’approccio territoriale, che considera la singola azienda e l’insieme delle aziende come facenti parte di un sistema complesso, nel quale agiscono diversi attori, il cui equilibrio dipende dal funzionamento delle reti di servizio e dalle infrastrutture critiche. Un approccio nuovo, in grado diche esplicare le relazioni territoriali tra le attività e lo spazio in cui sono collocate, caratterizzato anche dal punto di vista fisico e ambientale, che può essere rappresentato in modo semplificato con mappe e cartografie ma che non si esaurisce in queste ultime. Un altra opportunità riguarda la necessità di predisporre strumenti in grado di sviluppare la consapevolezza, da parte degli insegnanti, dell’importanza di insegnare alcuni argomenti “ambientali” e di “prevenzione” per poi costruire modalità interattive da utilizzare nelle classi.

 

5. Quali potrebbero essere le azioni per una corretta valorizzazione del patrimonio di buone pratiche ambientali e climatiche esistenti in Italia?

Uno dei grandi limiti dei progetti finanziati nei vari programmi quadro della Commissione (come il 7 PQ o Horizon 2020), così come di altri progetti finanziati su bandi nazionali, è che i risultati si perdono nel tempo, non vengono tesaurizzati, a volte nemmeno dal gruppo di lavoro che li ha promossi e sviluppati. Banalmente, i siti dei progetti si chiudono alla fine del progetto, non vengono aggiornati e nel contempo le istituzioni che hanno finanziato i progetti guardano avanti, anche se si lasciano dietro esperienze significative che meriterebbero di essere ulteriormente sviluppate. Ciò comporta che, a volte, si finanzino progetti simili a distanza di tempo senza che si costruisca proseguendo su percorsi che si sono dimostrati validi. Indubbiamente, avere una piattaforma che riprende tali esperienze, le fa rivivere dopo tempo traendone gli aspetti innovativi e replicabili, mettendoli in sinergia gli uni con gli altri, è molto positivo. Si potrebbe proporre di mettere a sistema non solo progetti ed esperienze ma anche applicazioni tecnologiche, esperienze di realizzazione sul campo in diversi contesti territoriali e urbani. Infatti, la grande varietà di contesti e situazioni, che è tipica del territorio italiano, richiede che si costruiscano nel tempo abachi di soluzioni tagliate “su misura” a seconda che  si stia parlando di un’area metropolitana, di un insieme di centri connessi da reti commerciali, produttive e di trasporto, piuttosto che di aree interne o di piccoli borghi. Non è detto che strumenti e soluzioni pensate per un determinato contesto funzionino anche in un altro allo stesso modo. Peraltro anche la costruzione di un simile abaco richiede un certo livello di progettazione, la sistematizzazione di esperienze, l’organizzazione dei casi in modo che possano essere di facile consultazione e condivisione. Le stesse amministrazioni, dovrebbero essere incentivate a condividere tali pratiche e a costruire un patrimonio comune di abachi di soluzioni e misure di adattamento e di prevenzione, nonostante i limiti ovvi di tempo a disposizione e di risorse.