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Newsletter n.5 - L'intervista

Intervista a Giovanni Fini e Raffaella Gueze, responsabili del settore Ambiente ed Energia del Comune di Bologna

Valorizzare il patrimonio nazionale di buone pratiche per l’ambiente e il clima e capire come utilizzarle può facilitare le attività di pianificazione e gestione del territorio e creare processi virtuosi nell’uso dei finanziamenti europei - a gestione diretta e indiretta come i POR - nei settori della tutela dell’ambiente e dell’adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici. Su questo tema ci siamo confrontati con Giovanni Fini e Raffaella Gueze del Settore Ambiente ed Energia del Comune di Bologna.

1. Trasferibilità di un progetto significa creare opportunità utilizzando metodi, tecniche e modelli già sperimentati con successo, quanto ritenete importante la possibilità di replicare in altri contesti buone pratiche già realizzate?

La replicabilità e la diffusione di una buona pratica già sperimentata e funzionante in un territorio  è alla base del concetto stesso di buona pratica. Nella città di Bologna, ma possiamo dire in tutta Italia, esistono tante buone pratiche ambientali, che però troppo spesso rimangono  all'interno dei propri confini amministrativi. Ad esempio il comune di Bologna sta utilizzando i risultati di un progetto IPA Adriatico chiamato ZeroWASTE -la piattaforma on line per la gestione degli eventi sostenibili  realizzato da ERVET- Emilia Romagna, per supportare gli organizzatori di eventi a realizzare azioni sostenibili sotto l’aspetto ambientale, sociale ed economico sul proprio territorio. La piattaforma sviluppata è in grado di guidare gli organizzatori nell’adozione di soluzioni adeguate rispetto alla tipologia del loro evento e delle buone prassi già sperimentate con successo da altri eventi. Se in un periodo ragionevolmente breve però non segue una condivisione ampia della buona pratica il rischio è da un lato di disperdere in pochi anni le esperienze acquisite, dall'altro di non beneficiare del miglioramento continuo della buona pratica stessa che avviene grazie alla diffusione su altri territori. Nel lungo periodo invece, dopo averne sperimentato la trasferibilità, c'è la necessità che queste buone pratiche trovino una loro collocazione all'interno delle politiche locali,  regionali e nazionali e diventino strumenti stabili delle amministrazioni per far si che non siano sempre pratiche  precarie e  discrezionali. Questo modo di operare potrebbe essere inteso come una pratica dal basso, dove le città sperimentano strumenti e politiche ambientali innovative sui loro territori, ma per contribuire poi alla creazione di una politica ambientale nazionale. Purtroppo con gli strumenti tecnici e finanziari che ci sono oggi a disposizione è più facile veder replicato un progetto all'estero che non nel comune di fianco.

2. I progetti Life BlueAp e Gaia, realizzati dal Comune di Bologna, sono presenti tra le buone pratiche raccolte nella Piattaforma delle Conoscenze, secondo voi in che modo potrebbero essere replicati in altri territori?

La prima cosa che dovremmo imparare a fare forse è copiare, che non è cosa facile. Secondo noi sono quatto i passi necessari per trasferire una buona pratica: conoscere, capire, valutare e decidere. Copiare bene presuppone infatti prima di tutto conoscere ciò che c'è a disposizione e la Piattaforma delle Conoscenze è sicuramente un'ottima vetrina per avere un'idea delle buone pratiche presenti a livello italiano sviluppate dai progetti LIFE. Come progetti LiFE ad esempio, sia BlueAp che Gaia, hanno portato alla realizzazione di manuali, linee guida e altri strumenti e tool gratuiti e disponibili on line sui siti dedicati pensati proprio per chi è interessato a replicare il progetto. Naturalmente ciò è solo il punto di inizio,  perché ogni territorio ha un suo contesto specifico  ed è necessario capire come una buona pratica si possa riadattare al meglio alle proprie esigenze. Per fare ciò  è necessario avere un gruppo di lavoro  costituito da tecnici interni che abbiano le competenze specifiche oltre che  il supporto dei politici locali per valutare come il  progetto si collega agli obiettivi amministrativi. Sicuramente prima di decidere di avviare il percorso per replicare una buona pratica sarebbe utile uno scambio peer-to-peer con chi l'ha già  fatto.

3. Quali potrebbero essere altri progetti, iniziative e proposte del Comune di Bologna da considerarsi buone pratiche per rendere le nostre città più resilienti?

Sicuramente una delle buone pratiche ambientali alla quale il comune di Bologna è affezionato è il Bilancio Ambientale, anch'esso sviluppato da un progetto LIFE (cfr. LIFE CLEAR – LIFE00 ENV/IT/000144 – Comune di Ferrara). Il progetto si è concluso nel 2006 ed è  poi diventato uno strumento stabile dell'amministrazione comunale. Il Bilancio Preventivo Ambientale e il Bilancio Consuntivo Ambientale vengono approvati ogni anno dal consiglio comunale. É uno strumento facile da replicare, ma che dà molti benefici ai territori che lo utilizzano in termini di conoscenza dello stato delle politiche ambientali e del loro effettivo valore nel raggiungimento dei target. Il secondo si chiama Bocam “Bologna Carbon Market”, anch'esso derivante da un progetto LIFE chiamato LAIKA. Il percorso di studio realizzato nell’ambito del progetto  ha fatto si che il comune di Bologna sia riuscito a certificare i crediti di CO2 non emessa dall'utilizzo da parte dei cittadini delle piste ciclabili realizzate dall'amministrazione comunale. I crediti sono stati poi inseriti in una piattaforma e venduti ad un'azienda per la riduzione volontaria della CO2 emessa per raggiunger il saldo Zero. Con il ricavato sono stati fatti poi degli  interventi di piantagione di nuovi alberi in città, alcuni a copertura dei percorsi ciclabili. Naturalmente dopo la nostra esperienza tutte le città italiane che hanno  una politica di piste ciclabili  potrebbero  generare crediti di CO2. Un altro progetto interessante si chiama Radici open-GAIA, e come dice il nome stesso è figlia del progetto LIFE GAIA. Abbiamo costruito una piattaforma di crowdfunding per la forestazione urbana. Con molta partecipazione dei cittadini che hanno fatto una donazione  abbiamo piantato 10 nuovi alberi in città, che hanno un valore simbolico e un legame alto con gli abitanti.

4. Come si può valorizzare l'enorme patrimonio delle buone pratiche esistenti a livello nazionale e attraverso quali strumenti?

Nel caso dei progetti del comune di Bologna, abbiamo provato a fare una riflessione sulle  risorse economiche necessarie per replicarli in altri contesti, e la nostra valutazione, sicuramente non precisa, si aggira intorno al 10% del costo del progetto LIFE originario (compreso il costo di personale) e un terzo del tempo impiegato. Questo significa che un progetto da 1 milione di euro che è costato 3 anni di lavoro potrebbe essere replicato con 100 mila euro ed un anno di lavoro, mi sembra un buon investimento! Le regioni ad esempio potrebbero collegare le buone pratiche con le priorità finanziate dai  fondi POR FESR. I comuni potrebbero accedere a tali finanziamenti presentando un  piano di attività collegato alla buona pratica da replicare con l'indicazione del budget necessario. Una volta approvato si tratta di mettere a disposizione il personale interno e naturalmente rendicontare  le attività e le spese sostenute. Per il trasferimento del know how acquisito dai progetti si potrebbe prevedere oltre che alla disponibilità dei materiali di lavoro utilizzati durante il progetto un'assistenza da parte dei vecchi partner del progetto. In tutto questo il Ministero può giocare un ruolo importante per  aiutare ad individuare  le  buone pratiche più  idonee per gli obiettivi del  POR FESR, e per selezionare esperti che possano aiutare le città nell'implementazione delle buone pratiche un po' simile al  modello URBACT.

5. Partendo dalla vostra esperienza in che modo secondo voi si può far leva sui cittadini per una loro maggiore consapevolezza sui rischi legati ai cambiamenti climatici e renderli parte attiva nella costruzione di città sostenibili?

Come tutti i percorsi culturali  ha bisogno di tempo per essere assorbito ed elaborato dai cittadini. Sicuramente la leva che spinge a cambiare le abitudini ed i comportamenti dei singoli non è certo quella dello scongiurare la catastrofe universale. Bisogna prevedere un costante percorso di partecipazione che coinvolga tutti gli attori del territorio e a tutti i livelli. Insegnare la cultura della partecipazione per costruire società resilienti, in cui si abbia fiducia prima di tutto del potere delle proprie azioni e dell'influenza che esse possono avere nel cambiamento complessivo. Naturalmente anche valorizzare i benefici materiali, tangibili ed immediati che si hanno è un buon modo per rendere consapevoli.