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Newsletter n.8 - Intervista 2

Life PLA4COFFEEIntervista a Cesare Rapparini – progetto LIFE PLA4COFFEE

1. Il progetto LIFE PLA4COFFEE introduce nella produzione di capsule di caffè un materiale bio-compostabile (PLA) quale soluzione praticabile al crescente problema ambientale del continuo utilizzo di plastiche non riciclabili. Come è nata l’idea di questo progetto e quali sono state le azioni da voi messe in campo per favorire la commercializzazione del prodotto? I risultati del progetto possono essere impiegati in altri contesti imprenditoriali?

Nel corso degli ultimi anni abbiamo ricevuto continue richieste da parte di clienti, in particolar modo nordeuropei e americani, di prodotti compostabili o più genericamente sostenibili. È nata così la nostra ricerca di materiali biobased che ci hanno portato a conoscere varie realtà, tra le quali l’Università di Roma Tor Vergata, L’Api di Mussolente e Ipcb-CNR di Napoli; ognuno possedeva una parte delle conoscenze necessarie allo sviluppo di queste nuove formulazioni. Siamo riusciti a metterle a sistema e a realizzare così una nuova generazione di materiali bioplastici dotati di elevate proprietà meccaniche e resistenza al calore: basti pensare che la precedente generazione rammolliva a 95 gradi, mentre questa è stabile fino a 150.

Un interessante risultato aggiuntivo è stato quello di ottenere una rilevante impermeabilità all’ossigeno, al pari di quella che si misura con plastiche barrierate. Sono già in corso di sviluppo altri progetti sulla base delle stesse formulazioni in settori food e near food, anche per prodotti liquidi.

2. Cosa avviene, sulla base della sua esperienza, in un processo aziendale quando si decide di passare da un’economia lineare a quella circolare? E quali strumenti hanno oggi a disposizione le imprese?

Nel passaggio da un materiale tradizionale conosciuto, economico e dalle notevoli proprietà come la plastica, il passaggio verso un prodotto biobased non è indolore e le complessità da affrontare sono molteplici. Il primo gradino da affrontare è la corretta scelta del materiale nella sua giusta formulazione, se disponibile, o una sua buona approssimazione. 

Si passa poi alla modifica del processo produttivo, analizzando ogni sua criticità e cercando di prevedere ogni possibile utilizzo. In questa fase, personale preparato ma con relativamente scarsa esperienza si dimostra più adatto, libero da preconcetti e capace di raggiungere più velocemente l’obiettivo.L’ultima fase è quella del fine tuning, che porta ad una ottimizzione dei costi, cicli di lavoro e procedure.

Contemporaneamente si devono attivare vari contatti con gli utilizzatori finali per portarli a conoscere meglio il prodotto e verificare con loro ogni passaggio verso il punto vendita. Bisogna infatti garantire che non ci siano intoppi non considerati in fase di progettazione e dare un maggiore grado di confidenza sulla bontà della soluzione proposta a chi praticamente veicolerà il proprio marchio e il proprio prodotto attraverso questo nuovo materiale compostabile ed ecocostenibile.

Le imprese, che volessero differenziare la percezione presso il consumatore finale e affermare ancora una volta la necessità di virare verso un confezionamento sostenibile, hanno oggi uno strumento in più. Questo, unito alle agevolazioni previste per chi investe in ricerca direttamente o tramite un organismo qualificato, aiuta in modo tangibile verso una transizione che ha come obiettivo ultimo il passaggio da un’economia lineare ad una circolare e sostenibile.

3. Quali sono, secondo la sua esperienza, gli strumenti di finanziamento - oltre il Programma LIFE - che potrebbero sostenere iniziative aziendali di economia circolare?

Il programma LIFE è stato il mezzo con il quale siamo riusciti a raggiungere questo risultato e non parlo solo di un supporto economico e finanziario.

Le procedure europee introdotte obbligano le varie aziende, all’interno del progetto, a ragionare secondo modalità maggiormente partecipative e solo chi gestisce un’azienda in Italia può capirne i limiti e nel contempo le opportunità.

Non solo: Bruxelles continua a seguire le aziende anche dopo la conclusione del progetto, affiancandole con una serie di professionisti che massimizzano l’efficacia della comunicazione e della diffusione delle informazioni e dei risultati raggiunti. Sono stato personalmente coinvolto in varie iniziative a Bruxelles, e in alcune capitali europee, e ho potuto presentare il mio progetto direttamente al presidente della Commissione europea. Un team dedicato composto da esperti del settore mi affianca nella ricerca di nuovi stakeholder, finanziatori e clienti finali.

Il Programma già esistente che può aiutare le imprese in questa transizione è il Credito di Imposta per la Ricerca, che andrebbe opportunamente declinato e presentato come una pacchetto pronto, comprensivo di quanto indicato.

4. Condividere esempi di buone pratiche significa creare nuove opportunità utilizzando metodi, tecniche e modelli già sperimentati con successo, secondo lei in che modo si potrebbe valorizzare il patrimonio di buone pratiche ambientali e climatiche esistenti in Italia?

Le buone pratiche sono la base quotidiana che ogni giorno le aziende implementano all’interno dei propri cicli produttivi. Quello che manca in Italia è la trasposizione pratica di queste in procedure operative che superino i limiti, le complessità e i costi delle norme ISO.

5. Ha qualche esempio di economia circolare a cui ispirarsi?

Nella nostra storia e tradizione locale il concetto di riciclo è presente e ben radicato. Le amministrazioni locali si stanno spingendo sempre più in questa direzione e ogni sistema, ancorché immaturo, serve per ricordare a tutti la direzione da seguire. Numerose sono le proposte di imballo e prodotti assimilati presenti sul mercato che possiamo dividere in due grandi categorie: un sistema di riciclo ed uno di compostabilità, che fanno da contraltare ad un uso sempre più massiccio di prodotti monouso, comunemente definiti single serve. Mentre sul riciclo tanto si è fatto, e tanto c’è ancora da fare, il compostabile, che viene smaltito nel rifiuto umido organico, è ancora all’inizio. Serve un adeguamento del panorama normativo e una maggior condivisione di idee e informazioni della filiera produttiva fino ad arrivare ai compostatori.

6. Il passaggio da un modello di economia lineare verso un’economia circolare è sicuramente una sfida complessa, ha qualche consiglio per le aziende su come diventare “attori” di questa transizione?

Come per ogni sfida, chi parte per primo sopporta i maggiori costi ma trova un mercato in cui crescere e sperimentare; chi segue non può che subire le regole dettate da altri.

7. L’economia circolare ha bisogno non solo di una diversa progettazione, di nuove tecnologie e nuovi processi produttivi, ma anche di una rivoluzione culturale che deve coinvolgere cittadini, amministratori, imprese, stakeholder, ecc. Secondo la sua esperienza, come è possibile innescare un processo virtuoso di sensibilizzazione sui rischi ambientali e climatici che porti nella direzione di un vero e proprio cambiamento culturale?

Giustamente solo con un progetto comune si può arrivare ad una massa critica tale da generare una vera svolta. Varie città europee hanno dato chiari segnali sulla via da seguire, portando all’attenzione del pubblico concetti come green public procurement, ovvero la disponibilità dell’apparato pubblico a comprare in via preferenziale prodotti che siano sostenibili, riciclabili, compostabili, biobased a seconda delle varie necessità.