Newsletter n.9 - Intervista
Intervista alla dott.ssa Anna Luise dell’ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - Corrispondente Tecnico-Scientifico della Convenzione contro la desertificazione (UNCCD)
1. In Italia aumenta la quantità di suolo che subisce fenomeni di degrado. Per esempio, come evidenziato nel “Rapporto ISPRA 2018 sul consumo di suolo”, continua la perdita di vaste superfici potenzialmente produttive. Quali sono secondo lei le azioni più importanti che gli enti locali dovrebbero mettere in campo per la conservazione del suolo?
Il “consumo di suolo” può essere considerato una buona valutazione, un’ottima proxy di quel complesso di fenomeni che rendono il suolo incapace di fornire molti dei servizi ecosistemici che sostengono la vita. Il suolo, difatti, è base della vita e spazio vitale per esseri umani, animali, piante e microrganismi, poiché consente la produzione di gran parte degli alimenti, risulta fondamentale per garantire l’equilibrio ecologico e gioca un ruolo centrale nel ciclo delle risorse idriche. Il consumo di suolo ci segnala, quindi, quante aree capaci di produrre cibo, regimentare i corsi d’acqua e conservare la biodiversità hanno perduto queste capacità. Al tempo stesso, il suolo è parte integrante del paesaggio, svolge una serie di importanti funzioni per la conservazione del “patrimonio culturale” e, soprattutto, può contribuire in maniera sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici, in quanto ha un fortissimo potenziale di conservare al suo interno carbonio organico, sottraendolo alla sua diffusione nell’atmosfera. La buona salute del suolo è quindi così rilevante che gli enti locali dovrebbero garantire che ogni attività che genera un impatto (di qualunque tipo) sul suolo tenga conto della centralità di tale risorsa. Le azioni necessarie per mantenere tutte le funzioni produttive, protettive ed ecologiche che pongono il suolo al centro degli equilibri ambientali sono allo stesso tempo semplici e complesse; si tratta, sostanzialmente, di intervenire sui seguenti aspetti: conoscenza approfondita della risorsa - messa a disposizione anche delle comunità locali - sistemi di monitoraggio accurati e costanti, trasparenza delle decisioni e coinvolgimento ampio di tutti i portatori di interesse.
2. Quale contributo può dare il concetto di land degradation neutrality (LDN) contenuto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per sollecitare e sostenere azioni, piani e programmi che contribuiscano ad ottenere suoli sani?
Il concetto di LDN fa riferimento allo sforzo di ottenere un mondo in cui il consumo di suolo sia arrestato, basandosi soprattutto sulla promozione di interventi di recupero delle terre degradate, in maniera tale che non aumenti la loro proporzione sul totale di una determinata area di riferimento. Sono interessate,in particolare, quelle aree nelle quali il degrado ha raggiunto il suo massimo livello e che si trovano in una situazione di “desertificazione”, ovvero di perdita totale della capacità produttiva ecologica ed economica, come definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD). Circa il 40%del territorio italiano presenta caratteri tali da essere considerato in una situazione di fragilità. Si rende quindi quanto più necessaria, anche nel nostro Paese, l’adozione del principio di LDN, che implica sia la realizzazione di attività mirate a consentire di recuperare e riportare alla produttività ecologica ed economica aree degradate, sia l’attuazione di misure di prevenzione del degrado del suolo.
3. Nel breve e medio termine, quali contributi sono necessari in termini di azioni di innovazione e ricerca per la tutela della risorsa suolo, anche con riferimento al tema della LDN?
Un principio fondamentale, ribadito fortemente dall’ultimo High Level Political Forum delle Nazioni Unite che ha preso in esame l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n° 15 (“Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre”), è quello della “territorializzazione” delle misure e della azioni di sostenibilità, ovvero della necessità di operare al livello più vicino possibile alla scala locale. Il raggiungimento della LDN deve partire, perciò, proprio dalla conoscenza e dalla valutazione accurate delle specifiche problematiche delle aree degradate, azioni che devono essere accompagnate da un monitoraggio sistematico dei suoli, in particolare delle loro caratteristiche in termini fisici, chimici e biologici. Vorrei sottolineare ancora una volta la stretta interazione esistente tra il mettere in campo azioni per la riduzione della vulnerabilità e del degrado dei suoli e la possibilità di contribuire alla mitigazione delle emissioni di gas ad effetto serra, migliorare la resilienza e facilitare l’adattamento ai cambiamenti climatici. Nella “Strategia di Azione Ambientale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici” promossa dal MATTM sono chiaramente indicati i punti sui quali agire, che dovranno poi essere oggetto di specifiche indicazioni e prescrizioni nell’ambito del sempre più urgente “Piano di Adattamento”. Fondamentale è poi la predisposizione e l’attuazione di un “Programma Nazionale per la Lotta alla Desertificazione” che metta al centro la LDN, in linea con il nuovo “Quadro Strategico della UNCCD” per il periodo 2018 -2030.
4. Quali sono, secondo la sua esperienza, gli strumenti di finanziamento che possono contribuire maggiormente alla realizzazione di azioni finalizzate alla protezione del suolo in Italia?
Senza immaginare la costruzione di nuovi canali di finanziamento, ai fini della prevenzione del degrado del suolo e del miglioramento della gestione di tale risorsa naturale, si possono avviare in Italia varie tipologie di progetti rientranti nella politica di coesione nazionale e comunitaria, con particolare riferimento, per il periodo di programmazione 2014- 2020, sia all’Obiettivo Tematico n. 5, dedicato alla promozione di azioni per l’ “adattamento ai cambiamenti climatici, la prevenzione e la gestione del rischio”, sia all’Obiettivo Tematico n. 6, che prevede investimenti e interventi per la “tutela dell'ambiente e la promozione dell'uso efficiente delle risorse”. Vi sono poi le opportunità offerte dal primo e secondo pilastro della Politica Agricola Comune (PAC); penso in particolare alle attuali regole di condizionalità (“criteri di gestione obbligatori” e “norme per il mantenimento del terreno in buone condizioni agronomiche e ambientali), nonché alle misure previste dai programmi di sviluppo rurale, strumenti, quest’ultimi, che possono contribuire in maniera decisa alla riduzione del rischio idrogeologico e del rischio di desertificazione, valorizzando il ruolo dell'agricoltura e della silvicoltura in tale ambito.
5. Con riferimento alla risorsa suolo, come si può migliorare l’integrazione tra le politiche ambientali e climatiche e le altre politiche settoriali facendo ricorso alle sinergie e alla complementarietà tra strumenti finanziari comunitari? Può fornirci un esempio di qualche iniziativa in corso a livello italiano?
È indispensabile costruire e rinforzare una relazione virtuosa, in particolare, tra gli obiettivi di tutela delle risorse ambientali e quelli propri del settore agricolo-forestale in tutte le sue articolazioni. In altri termini, si tratta di proporre agli agricoltori e ai silvicoltori una visione di medio e lungo termine che renda efficace ed efficiente il legame tra la corresponsione degli aiuti e dei pagamenti previsti dalla PAC e il raggiungimento di elevati standard produttivi e di qualità ambientale. Al contempo, le politiche ambientali, così come quelle climatiche, devono soddisfare, nelle loro proposte e nei loro strumenti operativi, la richiesta degli operatori del mondo agricolo e forestale di garantire una buona redditività alle attività che essi svolgono. Un ottimo esempio di come si possa agire per integrare obiettivi di politiche settoriali diverse, creando sinergie e complementarietà tra i pertinenti strumenti di finanziamento europei, è rappresentato dalla collaborazione in corso tra MIPAAFT, MATTM, CREA e ISPRA nell’ambito del progetto “PACA”, azione specifica per le “Politiche Agro-Climatico-Ambientali” del programma “Rete Rurale Nazionale”: tali attori istituzionali lavorano insieme per migliorare la condivisione di conoscenze tecnico-scientifiche e operative sulla risorsa suolo, con l’obiettivo ultimo di fornire un utile supporto alle Regioni italiane e agli altri stakeholder delle politiche di sviluppo rurale per un uso efficiente delle risorse del FEASR, nonché di agevolare l’attuazione efficace di misure di conservazione dei suoli agrari, con riferimento anche al tema della LDN.